L'appello delle comunità psichiatriche del Lazio: «Per comprendere il disagio psichico serve un salto culturale»
- Anita Armenise
- 12 feb 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Le comunità terapeutiche rischiano di essere dimenticate, messe in un angolo, e le necessità di chi vive il disagio mentale di restare inascoltate

«Dobbiamo capire che la salute mentale appartiene a tutti, non a un singolo. Fin da piccoli, la mente raccoglie la nostra storia, è la nostra memoria, lì è racchiusa la nostra identità. Per curarla bisogna cominciare a fare un salto culturale». Così la dottoressa Francesca Margheriti, della comunità Gnosis, una delle tante strutture terapeutico-riabilitative del Lazio che ieri sono scese in piazza, di fronte alla sede di Garbatella della Regione Lazio, per protestare contro la carenza di finanziamenti, la mancanza di una normativa adeguata e il crescente disinteresse da parte delle istituzioni competenti. Una protesta che ha unito utenti, familiari e operatori del settore.
«Sono una persona con problemi mentali, ma posso tutto»
Le comunità terapeutiche rischiano di essere dimenticate, messe in un angolo, e le necessità di chi vive il disagio mentale di restare inascoltate. «Protestiamo perché le comunità non possono finire nel buco del dimenticatoio, sparire nel nulla dopo decenni di attenzione alla malattia mentale. Non possiamo correre il rischio di ritornare alle situazioni manicomiali», ha continuato la dottoressa presente davanti alla Regione Lazio insieme ai numerosi operatori e utenti delle strutture.
Un appello forte, che richiama l'importanza di mantenere un approccio terapeutico rispettoso della dignità della persona, contro il pericolo di un ritorno ai vecchi istituti psichiatrici che hanno segnato la storia buia dei malati psichici.
Ma non sono solo i professionisti ad essere presenti e a prendere parola. «Quando mancano i fondi a noi mancano delle cose fondamentali che possono essere il cibo o le medicine, che a noi costano tanto. La comunità ci aiuta a capire cosa è lo stigma verso la psichiatria ed è quello che vogliamo sottolineare, perché io sono una persona che ha problemi mentali e non voglio essere stigmatizzata, perché so leggere, so scrivere, so camminare, posso tutto», Antonella, utente di una delle comunità.
«La comunità ci aiuta a uscire dalla nostra penombra, sia materiale che psichica», al fianco di Antonella c'è, un altro utente della comunità Gnosis.
Comunità psichiatriche, i genitori: «Non sono figli di serie B»
«Se chiudessero le comunità sarebbe un problema enorme, perché il supporto che danno alle famiglie è fondamentale, i ragazzi possono uscire solamente con un supporto adeguato», dice un genitore.
«Chiediamo diritti, non sono figli di serie B. Le comunità per noi sono un supporto eccezionale, riabilitare un figlio con problematiche psichiatriche? Solo i genitori sanno cosa voglia dire», aggiunge una mamma. «Per tanti anni mi sono sentita sola, abbandonata e ho dovuto fare delle cose addirittura tremende, ho dovuto denunciare mio figlio. Le strutture non ci sono, il territorio è scarso, gli ospedali non hanno il numero sufficiente, perché sono insufficienti i psichiatri e questo è uno stigma in primis», si fa strada così la sofferenza di una madre, tra le sue parole, cariche di un dolore inespresso.






